Il percorso della sostenibilità

È già un po’ di tempo che, nel mondo delle costruzioni, termini come “sostenibilità”, “digitalizzazione” e “ambiente”, stanno prepotentemente entrando a far parte del lessico quotidiano, sintomo, forse un po’ tardivo, di una progressiva presa di coscienza degli stakeholder e di una maturazione del settore, tanto auspicata quanto necessaria.

È vero che il Regolamento Prodotti da Costruzione (CPR) n. 380/11 da tempo denotava e indicava una direzione molto chiara da intraprendere. Infatti nel preambolo si ponevano le basi di quello che sarebbe stato un periodo di consapevolezza “ambientale”: “Se del caso, la dichiarazione di prestazione dovrebbe essere accompagnata da informazioni relative alle sostanze pericolose contenute nel prodotto da costruzione al fine di migliorare la possibilità di realizzare costruzioni sostenibili e facilitare lo sviluppo di prodotti rispettosi dell’ambiente”.

 

Il settimo requisito

L’uso sostenibile delle risorse naturali, come settimo requisito, introdotto dal CPR, rappresentava e rappresenta tutt’oggi, una assoluta novità nel contesto delle opere da costruzione: le stesse devono essere concepite, realizzate e demolite in modo che l’uso delle risorse naturali sia sostenibile e garantisca in particolare il riutilizzo o la riciclabilità delle opere di costruzione, dei loro materiali e delle loro parti dopo la demolizione;

la durabilità delle opere di costruzione e l’uso, nelle opere di costruzione, di materie prime e secondarie ecologicamente compatibili.

Il settimo requisito estende e approfondisce il concetto di sostenibilità dei materiali da costruzione, ed è stato definito allo scopo di diffondere l’uso, nel building, di prodotti da costruzione che siano riciclabili e reimpiegabili dopo la demolizione, nonché di materiale riciclato all’interno dell’opera.

Il settore dell’edilizia ha avuto la forza di sollevarsi da un periodo di profonda e grave difficoltà, grazie agli investimenti nel settore delle costruzioni, eseguiti da produttori che hanno avuto la necessità, per sopravvivere, di valorizzare i propri investimenti per differenziarsi sul mercato promuovendo prodotti e materiali sostenibili, nonché metodologie produttive che prevengono lo sfruttamento di risorse esauribili, diminuiscono l’inquinamento e riducono il quantitativo di materiale smaltito in discarica.

 

L’introduzione dei CAM

Notevoli passi in avanti sono stati fatti, in Italia, con l’introduzione dei Criteri Ambientali Minimi CAM Edilizia, mediante i quali il Ministero dell’ambiente ha delineato con estrema chiarezza uno scenario in cui i prodotti da costruzione e, in particolare, le loro caratteristiche di sostenibilità, assumono un ruolo fondamentale, così come i metodi finalizzati a garantire e valorizzare, rispettivamente, la veridicità e la peculiarità delle prestazioni dichiarate dal produttore. Ci si affida, infatti, alla Dichiarazione Ambientale di Prodotto EPD, quale strumento di dimostrazione del rispetto di quanto prescritto nei CAM stessi e, cioè, il possesso di un determinato contenuto di riciclato.

L’uso di una EPD, restituendo in forma accattivante le prestazioni ambientali di un prodotto, calcolate e determinate mediante uno studio del ciclo di vita, è in linea con la premessa 56 del CPR stesso, che prevede che, ai fini della valutazione dell’uso sostenibile delle risorse e dell’impatto delle opere di costruzione sull’ambiente, si dovrebbe fare uso delle dichiarazioni ambientali di prodotto, ove disponibili.

La Dichiarazione Ambientale di Prodotto EPD (termine che deriva dall’inglese Environmental Product Declaration) rappresenta una forma di comunicazione importante, rivolta alla diffusione di informazioni ambientali relative alla produzione di un prodotto/servizio. Sebbene lo strumento esista da più di 15 anni, grazie anche alla nascita e allo sviluppo del programma nazionale di gestione delle EPD, EPDItaly, la sua diffusione ha avuto una crescita molto elevata negli ultimi anni. Le aziende hanno creduto e investito molto nell’utilizzo dell’EPD allo scopo di valorizzare le caratteristiche dei propri prodotti.

Anche il CEN, Ente normatore europeo, ha redatto e diffuso negli ultimi anni valutazioni standard per il calcolo degli impatti ambientali di un prodotto da costruzione, quale ad esempio la EN 15804 “Sostenibilità delle costruzioni – Dichiarazioni ambientali di prodotto – regole chiave di sviluppo per categoria di prodotto”, che descrive quali fasi del ciclo di vita sono da considerare nello sviluppo di una EPD per un edificio e pertanto per il prodotto da costruzione che lo costituisce, e quali processi sono da includere, nonché i parametri da dichiarare.

 

La scelta dell’EPD

Il settore delle costruzioni sembra avviato a un utilizzo sempre massiccio delle EPD: basti pensare che da giugno 2019 a giugno 2020 si è avuto un incremento delle EPD pubblicate sui portali dei maggiori Program Operator europei di quasi il 30% (7023 vs. 9849). Nonostante ciò, la Comunità europea, con la Raccomandazione n. 2013/179/UE, introduceva in Europa l’uso di metodologie comuni per misurare e comunicare le prestazioni ambientali nel corso del ciclo di vita dei prodotti e delle organizzazioni: nasceva così la PEF (dall’acronimo Product Environmental Footprint) che avviava una sperimentazione in diversi settori.

Con riferimento a questi aspetti, il Direttorato Generale della Commissione Europea (DG Grow) ha redatto un documento informativo che è stato distribuito a tutti gli Stati Membri, per capire quale futuro attende i prodotti da costruzione nell’ambito dell’implementazione del settimo requisito, nel contesto odierno e futuro di CPR.

In estrema sintesi: quale metodologia applicare per quantificare in modo equo e coerente gli impatti ambientali dei prodotti da costruzione, seguendo l’approccio di valutazione del ciclo di vita?

È ovvio che bisogna tenere in considerazione non solo gli investimenti fatti dall’industria dell’edilizia: cemento, acciaio, alluminio, plastica, calcestruzzo, ma anche il considerevole numero di EPD presenti sul mercato, nonché degli sforzi fatti dalle amministrazioni nazionali e regionali per diffondere l’uso della EPD (vedi CAM).

Tutti gli Stati membri che hanno partecipato all’indagine concordano con la posizione secondo cui la metodologia per dichiarare i risultati LCA a livello di prodotti da costruzione deve essere compatibile e supportare i calcoli/dichiarazioni a livello di edificio.

È emerso anche che l’approccio a scala di edificio potrebbe affrontare questioni più ampie rispetto a ciò che è coperto a livello di prodotto (ad es. biodiversità nella natura circostante).

La posizione degli Stati Membri è chiara: non si vuole introdurre una nuova metodologia nel calcolo degli impatti ambientali (oltre a EN 15804 e PEF) ed è emerso, inoltre, che vi è una preferenza del settore industriale delle costruzioni verso l’approccio EN 15804 per diversi motivi:

Vi sono, tuttavia, alcuni punti ancora in sospeso: né l’uso della EN 15804 né la metodologa PEF soddisfano tutte le esigenze del settimo requisito (es. durabilità delle opere da costruzione); i metodi alla base di alcuni indicatori, come la perdita di biodiversità, l’uso delle risorse, l’efficienza delle risorse e la circolarità, hanno bisogno di ulteriore sviluppo; per altri indicatori di impatto, il metodo utilizzato solleva ancora delle perplessità (ad es. Potenziale di deplezione abiotica degli elementi) e ad es. il vantaggio dello stoccaggio del carbonio nei prodotti non è riconosciuto dalla EN 15804 e dalla PEF.

In ultima analisi: è opinione comune che l’approccio EPD, derivante dall’uso dello Standard EN 15804, sia il più adatto al settore dell’edilizia, nel quale la PEF, più orientata verso i consumatori finali, non sembra aver preso piede.